umore dell’endometrio è il tumore ginecologico più comune nei paesi occidentali, con circa 10.000 nuovi casi stimati ogni anno in Italia. È il terzo tumore più comune nelle donne tra i 50 e i 69 anni, si stima che 1 donna su 32 verrà colpita nel corso della sua vita; eppure, non se ne parla come invece succede per altre malattie oncologiche. La ricerca scientifica ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, con la definizione molecolare di diversi profili che rispondono a specifiche mutazioni del Dna e con l’immunoterapia che, aggiunta alla chemio, ha mostrato un’efficacia mai vista prima nei casi più gravi. Resta però da migliorare la diagnosi, perché i sintomi sono spesso confusi con disturbi tipici della menopausa. Ma ora, una revisione di 33 studi firmata da un gruppo di ricercatori britannici guidati da Molly Dore e Kelechi Njoku apre una nuova prospettiva anche sul fronte dell’individuazione precoce di questo tumore.
Gli studi presi in esame hanno analizzato diverse categorie di segnali biologici presenti nelle urine: mutazioni del Dna, modificazioni epigenetiche, proteine, metaboliti, microRNA, cellule tumorali e caratteristiche rilevabili attraverso tecniche spettroscopiche. I risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Cancer e tracciano il percorso che in futuro potrà portare allo sviluppo di un test delle urine che servirà a capire quali donne con sanguinamento uterino anomalo necessitino davvero di indagini invasive.
Perché cercare il tumore nelle urine
Uno dei sintomi principali del tumore dell’endometrio è infatti il sanguinamento uterino anomalo, in particolare dopo la menopausa. Ma questo sintomo non significa necessariamente avere un tumore. Il percorso diagnostico può prevedere ecografia transvaginale, valutazione specialistica e, quando necessario, il prelievo di tessuto dall’endometrio. Sono procedure fondamentali, ma possono essere invasive e comportano costi e disagi per le pazienti.
Al contrario, l’urina è facile da raccogliere, non richiede procedure invasive e può essere analizzata ripetutamente. Inoltre, spiegano gli autori, può contenere sia molecole provenienti dalla circolazione sanguigna sia materiale biologico proveniente direttamente dall’apparato genitale.
Un campione, molti segnali
Non si tratta di cercare “una” sostanza capace da sola di rivelare il cancro, piuttosto di riconoscere un’impronta biologica composta da diversi segnali. Tra quelli studiati ci sono le mutazioni del Dna tumorale: in uno degli studi esaminati dalla revisione, un pannello genetico di 47 geni ha individuato mutazioni specifiche del tumore nel 100% dei campioni di 19 pazienti con carcinoma dell’endometrio. La concordanza tra il Dna rilevato nelle urine e quello del tessuto tumorale era del 94%. Si tratta tuttavia di un risultato ottenuto in un campione molto piccolo e che necessita di conferme su popolazioni più ampie.
Un’altra strada è rappresentata dalla metilazione del Dna, cioè da modificazioni epigenetiche che possono caratterizzare le cellule tumorali. Secondo la review, i pannelli basati su metilazione e mutazioni sono tra gli approcci che attualmente mostrano i risultati diagnostici più incoraggianti, con alcuni studi che riportano sensibilità e specificità superiori all’80-90% nelle popolazioni sintomatiche.
Inoltre, uno dei lavori analizzati dagli autori ha individuato un pannello di dieci proteine nelle urine di donne sintomatiche che ha dimostrato una buona capacità discriminante anche nelle forme iniziali. Infine, secondo gli autori anche la spettroscopia infrarossa può essere d’aiuto poiché riesce ad analizzare una sorta di impronta chimica complessiva del campione.
Le cellule tumorali possono finire nelle urine
C’è poi un meccanismo ancora più diretto: le cellule del tumore endometriale possono essere rilasciate nell’apparato genitale e raggiungere il campione. La citologia urinaria cerca proprio queste cellule. Uno studio uscito su The Lancet Obstetrics, Gynaecology, & Women’s Health descrive un test che combina citologia urinaria e vaginale che riesce a individuare il tumore con accuratezza e specificità.
Evitare esami invasivi inutili
Tuttavia, almeno nell’immediato, non esiste un test delle urine che possa sostituire la diagnosi istologica o essere utilizzato come screening universale di tutte le donne. “È improbabile che i test urinari singoli possano supportare lo screening di popolazione nel breve termine; l’applicazione più realistica è il triage e la stratificazione del rischio delle donne sintomatiche per ridurre indagini invasive non necessarie”, scrivono gli autori. In futuro, cioè, a una donna che presenti un sanguinamento uterino anomalo si proporrà un test delle urine: se il risultato sarà associato a un alto rischio, la paziente verrà indirizzata più rapidamente verso ecografia, isteroscopia e biopsia; se invece il rischio sarà molto basso si potrebbero evitare, in alcune situazioni, procedure invasive non necessarie.


