Spesso si attribuisce alla tiroide la colpa dei chili in più, ma nella grande maggioranza dei casi sovrappeso e obesità non dipendono da un ipotiroidismo. Tale condizione, però, è molto frequente, soprattutto nelle donne e con l’avanzare dell’età.
Quali sono le cause principali e le conseguenze?
«L’ipotiroidismo si verifica quando la tiroide non produce quantità sufficienti di ormoni tiroidei (tiroxina e triiodotironina), fondamentali per regolare il metabolismo e numerose altre funzioni — premette Giovanna Mantovani, direttrice dell’Endocrinologia del Policlinico di Milano e professoressa ordinaria all’Università degli Studi —. La forma più comune di ipotiroidismo è quella autoimmune, nota come tiroidite di Hashimoto: il sistema immunitario produce anticorpi che attaccano la ghiandola, danneggiandola progressivamente. Questa origine spiega la maggiore frequenza nel sesso femminile e la possibile associazione con altre malattie autoimmuni, come celiachia e vitiligine. Importante anche l’ipotiroidismo congenito, per fortuna oggi identificato con lo screening neonatale in quanto senza terapia precoce può compromettere crescita e sviluppo neurologico. Altre cause sono la rimozione chirurgica della tiroide, la terapia con radioiodio o, più raramente, alterazioni della ghiandola ipofisaria. Per quanto riguarda i sintomi, vista la diagnosi spesso precoce oggi, molti pazienti non hanno disturbi o presentano alterazioni aspecifiche come stanchezza persistente, maggiore freddolosità e riduzione del tono dell’umore. Nelle fasi iniziali il solo aumento dell’ormone stimolante la tiroide (Tsh) può associarsi ad alterazioni metaboliche, come l’incremento del colesterolo».
Che cosa si può fare?
«Il trattamento consiste nella sostituzione dell’ormone mancante con tiroxina, che viene assunta per bocca, che poi l’organismo converte in triiodotironina secondo le necessità. Per un assorbimento ottimale va presa a stomaco vuoto; le diverse formulazioni (compresse, liquide, capsule molli) hanno tempi di assorbimento differenti. Dopo la stabilizzazione, sono sufficienti controlli periodici per verificare il mantenimento del compenso».
Come si riconosce?
«La diagnosi di ipotiroidismo arriva spesso in modo casuale, complice la frequente assenza di sintomi evidenti nelle prime fasi della malattia. Il cattivo funzionamento della tiroide emerge dagli esami del sangue. Il parametro più sensibile è il Tsh, l’ormone stimolante la tiroide prodotto dall’ipofisi, che aumenta già nelle fasi iniziali, anche quando gli ormoni tiroidei sono ancora nei limiti. In questo caso si parla talvolta di ipotiroidismo “subclinico”. Il dosaggio degli autoanticorpi consente di identificarne l’origine autoimmune, mentre l’ecografia tiroidea è sempre un supporto utile. In gravidanza, poi può emergere un ipotiroidismo latente o aggravarsi uno preesistente in quanto il fabbisogno di ormoni tiroidei aumenta, soprattutto nel primo trimestre, quando il feto dipende dagli ormoni materni. Servono quindi controlli appropriati e, nel caso, un adeguamento tempestivo della terapia», conclude Mantovani.
Fonte: Corriere Salute


