Senti il tuo corpo perennemente stanco, o perfino esausto, dopo il Covid? Gli scienziati sono a un passo dal capire il perché.
In certi casi, i sintomi neurologici a lungo termine del Covid – compresi l’annebbiamento mentale, i disturbi sensoriali e la stanchezza – potrebbero essere scatenati dal sistema immunitario: lo riporta uno studio pubblicato il 28 maggio su Cell.
Si tratta di un importante passo in avanti nella comprensione del cosiddetto long Covid», spiega al Corriere Danny Altmann, professore di immunologia all’Imperial College di Londra, non coinvolto nella ricerca.
Le trappole del sistema immunitario
Che il sistema immunitario giocasse un ruolo nelle sequele post-infettive di SARS-CoV-2 era in parte noto, ma non se ne conoscevano i meccanismi in dettaglio. L’immunobiologa Akiko Iwasaki e i suoi colleghi dell’Università di Yale, per sciogliere i dubbi, hanno arruolato 147 volontari, in prevalenza donne con un’età media di 45 anni: 82 con sintomi neurologici legati al long Covid, 30 guariti e privi di sintomi, e 35 sani. Iwasaki ha prelevato il loro sangue, isolando poi le IgG (la principale classe di anticorpi presenti nell’organismo). Perché? Tra queste possono comparire anche autoanticorpi, cioè anticorpi che, anziché proteggere il corpo da eventuali agenti pericolosi, finiscono per attaccarne i tessuti.
Un nesso da chiarire
I risultati sono stati sorprendenti: gli autori dello studio hanno identificato nei pazienti long Covid, rispetto agli altri due gruppi presi in esame, livelli elevati di autoanticorpi capaci di attaccare aree del cervello legate al dolore, all’attenzione e al sonno. In laboratorio è stata osservata inoltre un’azione contro le ghiandole surrenali e la tiroide, che regolano rispettivamente la risposta allo stress e il metabolismo. Ma dimostrare un nesso causale tra la presenza di anticorpi ed eventuali sintomi non è semplice. Per farlo, Iwasaki ha attuato questa strategia: isolare gli anticorpi dai pazienti affetti da long Covid e trasferirli in topi sani. Dopo l’inoculazione, gli animali, sempre assumendo come termine di paragone gli altri due gruppi, hanno mostrato una marcata tendenza alla fatica, alterazioni del ciclo sonno-veglia e problemi di equilibrio. Non solo: mettendo un topo con gli autoanticorpi long Covid su un piatto caldo, Iwasaki ha riscontrato una risposta al dolore ridotta (7 secondi) rispetto al topo con anticorpi provenienti dai sani (10 secondi). «E la prova più convincente è stata osservare quanto le risposte al dolore nei topi coincidessero con ciò che i pazienti con long Covid riportavano», ricorda Iwasaki.
I limiti dello studio
Questo, tuttavia, non deve indurre a pensare che il long Covid presenti sempre una base autoimmune. «Gli anticorpi umani non necessariamente si comportano nello stesso modo nei topi», mette in chiaro Charles Nicaise, biologo cellulare dell’Università di Namur non coinvolto nello studio. Tra l’altro, le strutture nervose sono protette da una barriera che le separa dal flusso sanguigno, aggiunge Nicaise, e dunque gli autoanticorpi potrebbero avere difficoltà a passarvici. Secondo uno studio pubblicato pochi giorni fa, il long Covid colpisce soltanto negli Stati Uniti 18 milioni di persone e in prevalenza donne. Per essere diagnosticato, i sintomi, spesso aspecifici, devono durare almeno tre mesi. E nessun kit diagnostico o terapia, al momento, gode dell’approvazione da parte degli enti regolatori. Ma questo non significa che i progressi non siano all’orizzonte.
Frontiere terapeutiche
Ne sanno qualcosa Marta Camici, ricercatrice all’Ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma, e la collega Eva Piano Mortari dell’Ospedale Bambino Gesù, sempre di Roma, che due mesi fa hanno scritto su The Lancet Infectious Diseases di aver avuto in cura un 39enne con long Covid al quale avevano somministrato infusioni terapeutiche di immunoglobuline endovena. Queste ultime sono già impiegate nel trattamento di altre patologie neurologiche con base autoimmune, come la sindrome di Guillain-Barré, e «attenuano» l’azione degli autoanticorpi nocivi. «Alla terza infusione, il paziente mi ha detto: “Mi sento bene, non voglio più sottopormi ai trattamenti”», ricorda Camici. Studi più ampi sono adesso cruciali per capire l’efficacia del trattamento, considerando soprattutto che molti pazienti potrebbero non rispondere alle terapie a base di immunoglobuline. «Se fosse il contrario», conclude con ironia Camici, «sarebbe una scoperta storica».
Fonte: Corriere Salute


