La lotta alla malattia di Alzheimer non si combatte solo all’interno del cervello, ma anche nel resto del corpo, direttamente nel flusso sanguigno. Uno studio rivoluzionario, guidato da Keenan A. Walker del National Institute on Aging (NIH) e pubblicato su Science Translational Medicine, ha rilevato che il sistema immunitario periferico gioca un ruolo causale e attivo nell’insorgenza dell’Alzheimer. Si tratta di un cambio di paradigma totale: curare il cervello agendo sul sangue permette infatti di aggirare l’ostacolo della barriera emato-encefalica, aprendo la strada a terapie sistemiche, cioè somministrabili per via generale, e a test in grado di prevedere la demenza con ben venti anni di anticipo.

Fino a oggi, la ricerca scientifica e l’industria farmaceutica si erano concentrate quasi esclusivamente sull’immunità innata del cervello (le cellule della microglia) e sull’accumulo delle placche amiloidi. “Questo studio sposta invece l’enfasi sul sistema immunitario adattativo, una componente della difesa immunitaria finora meno studiata nell’Alzheimer rispetto all’immunità innata”, commenta Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Roma Tor Vergata. “I geni associati alla malattia risultano infatti massicciamente coinvolti nelle risposte immunitarie mediate da linfociti e immunoglobuline, suggerendo che il dialogo tra il sistema immunitario periferico e il cervello sia molto più rilevante di quanto si credesse”, aggiunge.

In parole semplici, i guardiani della nostra salute che circolano nel sangue – i linfociti – inviano segnali molecolari capaci di influenzare direttamente il destino delle cellule cerebrali.

Lo studio
Integrando i dati genetici con i livelli di oltre 4.000 proteine plasmatiche misurate in più di 7.000 partecipanti, i ricercatori hanno tracciato una mappa inedita dei fattori di rischio. Nella coorte di discendenza europea, lo studio ha identificato 18 geni causali, di cui ben 6 erano completamente sfuggiti a tutti i precedenti studi. Tra i nuovi scoperti, i geni immunoregulatori LILRB1 e SIRPA mostrano il legame meccanicistico più solido con la malattia. Nel dettaglio: LILRB1 agisce come uno scudo protettivo che smorza l’infiammazione, mentre SIRPA controlla la capacità delle cellule di ripulire i detriti cellulari, e un suo blocco potrebbe favorire l’eliminazione della tossicità amiloide nel cervello.

Diagnosi precoce
“L’importanza clinica della scoperta si traduce immediatamente nella possibilità di una diagnosi incredibilmente precoce”, sottolinea Novelli. “Esiste infatti un legame speculare e un passaggio continuo di informazioni tra le proteine del sangue e quelle del liquido cerebrospinale che bagna il cervello. I dati raccolti dai ricercatori su un arco di tempo ventennale dimostrano che livelli plasmatici più bassi di proteine chiave come TREM2 e ACE misurati in individui sani di mezza età sono predittivi di un rischio fortemente aumentato di sviluppare la demenza nei due decenni successivi”, aggiunge. Il sangue, quindi, riflette i processi neurodegenerativi sotterranei decenni prima che si manifestino i sintomi cognitivi.

Terapie
La transizione dal laboratorio al letto del paziente potrebbe essere molto più rapida del previsto. Poiché lo studio ha dimostrato che l’Alzheimer è una malattia complessa e sistemica – dove il confine tra corpo e cervello è sempre più labile – la medicina può attingere a molecole già esistenti.”

Due delle nuove proteine identificate, CD55 e SIRPA, sono infatti l’attuale bersaglio di promettenti farmaci antitumorali già in fase 1 o fase 2 di sperimentazione clinica”, precisa Novelli. “Questo significa che, nel prossimo futuro, potremmo assistere al riposizionamento di terapie oncologiche per combattere l’Alzheimer, accelerando drasticamente i tempi di approvazione di nuovi trattamenti”, aggiunge.

Infine, lo studio lancia un importante monito etico e metodologico rispetto alla popolazione afroamericana, storicamente sottorappresentata nella ricerca. L’analisi condotta su questa coorte ha evidenziato l’emergere del gene BCHE come potenziale fattore protettivo specifico, associato a un ridotto rischio di demenza anche nei soggetti di mezza età.

“Questa marcata differenza genetica evidenzia la stringente necessità di ampliare i database su popolazioni diversificate, per garantire che i benefici di queste scoperte epocali siano equamente distribuiti a tutta l’umanità”, conclude Novelli.

 

Fonte: La Repubblica Salute