Il 31 marzo, il Fascicolo sanitario elettronico (FSE) entra nella sua fase pienamente operativa, completando il percorso di riforma avviato con il progetto FSE 2.0. Un passaggio atteso da anni, sostenuto dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che mira a trasformare il fascicolo da strumento sperimentale a infrastruttura centrale del Servizio sanitario nazionale. Le date sono importanti, per carità. Ma per il Fse, la grande «incompiuta» del Servizio sanitario nazionale, la scadenza di fine mese non sarà uno «stargate» verso il futuro. Come è emerso anche nei recenti Stati generali sul diabete l‘Fse, strumento cruciale per l’accessibilità ai servizi sanitari, evidenzia ancora profonde disomogeneità regionali, che configurano vere e proprie «fratture digitali», sia in termini di servizi offerti che di utilizzo da parte di cittadini e professionisti sanitari.
Un archivio digitale unico per la salute
Il Fascicolo sanitario elettronico è l’insieme dei dati e documenti digitali che descrivono la storia clinica di ogni cittadino, dalle prescrizioni ai referti, fino alle lettere di dimissione ospedaliera.
Con il FSE 2.0, il sistema viene potenziato e standardizzato: tutte le informazioni devono essere raccolte secondo modelli uniformi e rese accessibili, nel rispetto della privacy, ai professionisti sanitari autorizzati su tutto il territorio nazionale.
Il traguardo del 31 marzo 2026 segna quindi il passaggio da una logica regionale, frammentata e disomogenea, a una piattaforma realmente integrata.
Cosa cambia per medici e strutture
La trasformazione più significativa riguarda il lavoro quotidiano degli operatori sanitari. Da fine marzo, tutte le strutture sanitarie – pubbliche e private – sono tenute ad alimentare il Fascicolo sanitario elettronico in modo sistematico. L’obbligo si estende anche ai liberi professionisti, che entrano così a pieno titolo nell’ecosistema digitale della sanità.
Questo significa che ogni documento clinico dovrà essere prodotto in formato digitale, secondo standard definiti a livello nazionale, firmato e trasmesso al fascicolo del paziente. Non è più possibile, quindi, mantenere flussi paralleli o archivi separati: il FSE diventa il punto di convergenza unico della documentazione sanitaria.
Per medici e strutture si tratta di un cambiamento organizzativo profondo, che richiede l’adozione di nuovi strumenti digitali e una revisione dei processi interni, ma che al tempo stesso promette di migliorare la continuità delle cure e la qualità delle informazioni disponibili.
Dati più completi e aggiornati
Uno degli obiettivi centrali della riforma è garantire che il fascicolo non sia solo completo, ma anche aggiornato. In passato, infatti, uno dei principali limiti del sistema era rappresentato dai ritardi nel caricamento dei documenti e dalla presenza di informazioni incomplete.
Con il FSE 2.0 si punta a superare queste criticità, introducendo regole più stringenti sulla tempestività e sulla qualità dei dati. I documenti sanitari devono essere inseriti nel sistema in tempi rapidi dopo la prestazione, così da rendere il fascicolo uno strumento realmente utile nella pratica clinica.
In questo contesto assume un ruolo centrale il profilo sanitario sintetico, una scheda riassuntiva redatta dal medico di medicina generale che contiene le informazioni essenziali sullo stato di salute del paziente, come patologie, allergie e terapie in corso. Questo documento è pensato per essere immediatamente consultabile, soprattutto in situazioni di emergenza.
I benefici per i cittadini
Per i cittadini, il Fascicolo sanitario elettronico diventa uno strumento sempre più concreto e integrato nella vita quotidiana. La possibilità di accedere online ai propri dati sanitari – referti, prescrizioni, vaccinazioni – consente una maggiore consapevolezza e partecipazione al proprio percorso di cura.
Inoltre, la condivisione delle informazioni tra diversi professionisti sanitari riduce il rischio di esami duplicati e migliora la continuità assistenziale, anche quando ci si sposta tra Regioni diverse. Il fascicolo si configura così come un vero e proprio «diario sanitario digitale», aggiornato automaticamente e disponibile in ogni momento.
Resta comunque centrale il tema del controllo dei dati: il cittadino mantiene il diritto di decidere chi può accedere alle proprie informazioni e può limitarne la visibilità.
I numeri del monitoraggio: luci e ombre alla vigilia della scadenza
Alla vigilia del 31 marzo, però, il quadro che emerge dai più recenti monitoraggi restituisce un’immagine a chiaroscuri. Le analisi della Fondazione GIMBE indicano che nessuna Regione ha ancora un Fascicolo sanitario elettronico completo.
In base ai dati riportati sul sito del Dipartimento per la trasformazione digitale del Ministero della salute, soltanto il 27% dei cittadini ha utilizzato il Fse nei 90 giorni precedenti la rilevazione (luglio -settembre 2025). E, dato ancora più preoccupante, appena il 44% ha espresso il consenso alla consultazione dei propri documenti.
Gli obiettivi risultano formalmente raggiunti, invece, sul fronte degli operatori sanitari: in particolare, è stata superata la soglia del 95% dei medici di medicina generale coinvolti nell’alimentazione del fascicolo entro il 2025. E l’88% degli specialisti delle aziende sanitarie risultano abilitati al Fse. Tuttavia, come sottolinea Gimbe, mancano dati pubblici dettagliati sulla qualità e sulla continuità di questo utilizzo, rendendo difficile capire quanto il sistema sia effettivamente utilizzato nella pratica clinica quotidiana.
I documenti disponibili nel Fascicolo 2.0
Il Decreto del Ministero della Salute del 7 settembre 2023 ha definito i contenuti del Fse 2.0, ma non tutte le Regioni rendono disponibili tutti i documenti.
Sempre il cruscotto ministeriale di monitoraggio del Fse, ci dice che soltanto l’Emilia Romagna ha implementato nel Fse dei propri cittadini tutti i 17 documenti previsti (referti di laboratorio; referti di radiologia; referti di specialistica ambulatoriale; referti di anatomia patologica; verbali di pronto soccorso; lettere di dimissione ospedaliera; profilo sanitario sintetico; prescrizioni farmaceutiche; prescrizioni di specialistica ambulatoriale; cartelle cliniche; erogazioni di farmaci a carico SSN e non a carico SSN; schede di singola vaccinazione; certificato sullo stato vaccinale; erogazione di prestazioni di assistenza specialistica; taccuino personale dell’assistito; tessere portatore di impianto; lettere di invito per screening, vaccinazione o altri percorsi di prevenzione).
La Puglia è la regione ad averne di meno: 11.
A queste criticità si aggiunge il tema della trasparenza. Diversi monitoraggi indipendenti sul PNRR segnalano la carenza di dati pubblici completi e confrontabili, rendendo complesso distinguere tra il raggiungimento formale degli obiettivi e la loro reale efficacia.
Nel complesso, il sistema arriva alla scadenza con una struttura ormai definita e diffusa, ma ancora segnata da limiti operativi. È proprio su questo terreno, qualità dei dati, utilizzo concreto e uniformità territoriale, che si giocherà la vera sfida dei prossimi mesi.
Problemi tecnici, sicurezza e formazione
Le criticità riguardano anche aspetti tecnici e organizzativi. L’integrazione tra i diversi sistemi regionali non è ancora del tutto uniforme e persistono difficoltà legate agli standard tecnologici e alla qualità dei dati.
Sul fronte della sicurezza, il trattamento di dati sanitari sensibili richiede livelli elevati di protezione e uniformità nelle garanzie, aspetti su cui sono stati sollevati alcuni rilievi anche da parte del Garante per la privacy.
Un altro elemento cruciale è rappresentato dalla formazione del personale sanitario. L’introduzione del FSE comporta infatti un cambiamento nelle modalità di lavoro che richiede competenze digitali adeguate, non sempre diffuse in modo omogeneo.
La sfida culturale
Oltre agli aspetti tecnici e organizzativi, il successo del Fascicolo sanitario elettronico dipende da un fattore decisivo: l’adozione reale da parte di cittadini e professionisti. Come si evidenzia dai dati sopra riportati, il sistema può essere tecnicamente avanzato e normativamente obbligatorio, ma senza un utilizzo diffuso rischia di rimanere sottoutilizzato. È quindi necessario promuovere una maggiore consapevolezza tra i cittadini e accompagnare i professionisti sanitari in questo cambiamento.
Fonte: Corriere Salute


