Si chiama Panxeon ed è una nuova tecnica di biopsia liquida che, analizzando diverse molecole presenti nel sangue, potrebbe migliorare la diagnosi del tumore al pancreas e il suo trattamento. Se ne parla sulle pagine della rivista Nature Medicine, dove la tecnica di biopsia liquida – sviluppata anche grazie al contributo di alcuni ricercatori italiani e al sostegno di Airc – viene presentata.

Anticipare la diagnosi del tumore al pancreas

Il tumore al pancreas, in campo oncologico, è una delle malattie in cui è più forte il bisogno di innovazione. Sul fronte terapeutico qualcosa si sta muovendo, con l’arrivo di nuove terapie potenzialmente molto efficaci per le forme metastatiche, ma non ancora approvate in Europa, come daraxonrasib.

Sul fronte diagnostico a oggi è difficile identificare la malattia nelle fasi precoci, tanto che si stima che fino al 90% delle diagnosi avvenga nelle fasi avanzate. Diagnosi che si basano sulla combinazione di una serie di esami di imaging (dall’ecografia, alla colangio Rm, alla tomografia computerizzata), di esami del sangue e biopsia tissutale. Tra i principali marcatori nel sangue ricercati in caso di sospetto tumore al pancreas vi è l’antigene carboidratico 19-9, abbreviato nell’acronimo di Ca 19-9, considerato però un marcatore aspecifico di malattia (non sempre valori elevati sono legati effettivamente alla presenza di un tumore).

Sfruttare come biomarcatori i microRna rilasciati dal tumore

L’idea del team di Ajay Goel della City of Hope di Duarte (California) è stata quella di affiancare altri possibili marcatori di malattia, per aumentare la specificità del test. Nel dettaglio, i ricercatori hanno messo a punto un esame che, oltre a considerare i livelli di Ca 19-9, misurava anche quelli di alcuni microRna, piccole molecole di Rna che si trovano nel sangue. In passato gli stessi ricercatori hanno identificato un pool di questi microRna rilasciati dal tessuto tumorale, che potevano essere utilizzati per identificare, con una buona accuratezza, i pazienti con tumore al pancreas in stadio iniziale.

I tanti tipi di microRna

“Esistono diversi tipi di microRna, alcuni sono cosiddetti microRna liberi nel sangue, che sono piuttosto abbondanti, altri si trovano all’interno di vescicole rilasciate dalle cellule, gli exosomi”, spiega Alessandro Mannucci, ricercatore medico presso Università Vita-Salute San Raffaele e la gastroenterologia ed endoscopia dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Mannucci ha preso parte allo studio in qualità di primo autore, insieme a Giulia Martina Cavestro, responsabile e fondatrice del programma clinico e di ricerca “Gastro Per Me”, che si occupa di prevenzione e diagnosi precoce nei soggetti con predisposizione ai tumori gastroenterici, compresi quelli pancreatici. “Queste vescicole – riprende il ricercatore – sono rare nel sangue, ma hanno un vantaggio importante rispetto ai microRna che circolano liberi nel sangue: mantengono le caratteristiche specifiche del tessuto da cui originano. Pertanto, possiamo aprirle per guardare il loro contenuto, un passaggio che aumenta la nostra specificità”.

Biopsia liquida: validare il test in diverse tipologie di pazienti

Nel nuovo studio i ricercatori hanno combinato l’analisi di questi microRna con il dosaggio del Ca 19-9 nel sangue per sviluppare e testare un nuovo tipo di biopsia liquida, su una popolazione vasta, proveniente da diverse parti del mondo, Italia compresa (quasi 1800 i pazienti inclusi in totale). Lo scopo, chiarisce Mannucci, in questo lavoro era di estendere gli studi fatti in passato su un numero ridotto di pazienti, valutando meglio l’accuratezza diagnostica del test. Vale a dire: i dati arrivano da pazienti analizzati retrospettivamente e non seguiti nel tempo. “Nello studio abbiamo analizzato diverse coorti di pazienti: la maggior parte della popolazione erano pazienti con tumore o senza tumore, dove, grazie ad algoritmi di machine learning, siamo riusciti a identificare una firma molecolare associata alla presenza della malattia – spiega Mannucci – nelle altre coorti di pazienti invece avevamo persone con tumore al pancreas in trattamento, pazienti con altri tumori gastrointestinali, e infine pazienti considerati ad alto rischio, ovvero per presenza di familiarità, predisposizione genetica, pancreatiti croniche o cisti pancreatiche”.

In questo modo i ricercatori hanno potuto stimare l’accuratezza del test in diverse condizioni. Hanno così scoperto, per esempio, che la loro biopsia liquida ha una sensibilità (ovvero la capacità di identificare correttamente i soggetti malati) dell’86% per i tumori al pancreas di stadio I e II (localizzato o minimamente diffuso), e un’accuratezza molto maggiore rispetto al solo utilizzo del Ca 19-9, riuscendo a scovare più correttamente i falsi positivi (con un tasso del 3% nel gruppo a basso rischio e del 15,6% in quelli ad alto rischio). Inoltre i ricercatori hanno osservato che quando livelli dei marcatori usati nella biopsia liquida diminuiscono, i pazienti trattati hanno meno probabilità di avere di avere una recidiva: “Questo ci dà un segnale che questa biopsia liquida è specifica per il tumore al pancreas. Sebbene i dati su questo siano ancora immaturi in questa coorte di pazienti, questa osservazione ci fa sperare che, nel futuro, potremmo potenzialmente utilizzarla anche per valutare l’efficacia della terapia e per intercettare segnali di un possibile ritorno del tumore”, aggiunge ancora Mannucci. I ricercatori hanno anche osservato una cross-reattività minima con alcuni tumori di sedi vicine (come quelli ai dotti biliari), a conferma della specificità dei marcatori utilizzati. E infine il test funziona bene anche nella popolazione a rischio, con una sensibilità che varia dall’80% al 90% circa (a seconda del tipo di predisposizione al rischio).

Cambiare la diagnosi precoce del tumore del pancreas

“Questo esame ha la potenzialità di essere di aiuto nella diagnosi precoce della malattia – commenta Mannucci – a oggi, per esempio, le persone a rischio sono incluse in programmi di sorveglianza in cui, mediamente una volta l’anno, eseguono test spesso costosi e talvolta invasivi. Se avessimo un test non invasivo, a costi ridotti, con pari accuratezza, potremmo potenzialmente immaginare di effettuare periodicamente solo degli esami del sangue come controllo e rimandare a test più approfonditi solo nel caso in cui la biopsia liquida fosse positiva, quantomeno nei soggetti a rischio più basso, riservando invece le metodiche più costose e più invasive ai soggetti con un rischio maggiore”. Ma spingendosi ancora più in là, con il test potrebbe essere possibile identificare le lesioni più a rischio di diventare un tumore: “Ipoteticamente e idealmente, questo in ci consentirebbe di intervenire proprio in quella finestra temporale in cui una lesione passa da in situ a invasiva. Se confermato, questo potrebbe aprire le porte a una forma di vera e propria prevenzione” aggiunge il ricercatore.

Un campo di ricerca in fieri

“È un campo di ricerca che si sta ampliando, anche grazie alle ricerche condotte da altri istituti e su altri tumori – conclude – il passo successivo ora è quello di valutare il test in modo prospettico, ovvero seguendo nel tempo i pazienti più a rischio, come persone con predisposizione familiare, ereditaria, o cisti pancreatiche”. Mannucci è il principal investigator di questo progetto finanziato da Airc, cui collaborano anche i team che fanno capo a Paolo Giorgio Arcidiacono, Silvio Danese, Giulia Martina Cavestro, Michele Reni e Stefano Crippa presso l’Ospedale San Raffaele.

 

Fonte: La Repubblica Salute