“Chi l’avrebbe detto!” A volte, quando si parla di una persona che è andata incontro a un ictus, il pensiero corre al suo stato di salute precedente. Accade infatti che le lesioni ischemiche cerebrali, di gran lunga la forma più comune di accidente cerebrovascolare, possano interessare anche chi non fuma, tiene sotto controllo pressione e colesterolo, ha sane abitudini di vita. Insomma, ci sono evidentemente fattori specifici per ogni persona che possono in qualche modo aprire la strada ai pericoli. Forse, nel futuro, un “avatar” delle arterie carotidi ricostruito in laboratorio, potrebbe consentire di capire meglio quali sono gli elementi che in una determinata persona aprono la strada alla formazione di un coagulo che va ad ostruire un vaso comportando quindi l’ischemia cerebrale nella zona da questo irrorata. A rendere possibile questa realtà di analisi dell’unicità di ogni soggetto è una ricerca che è arrivata a creare una piattaforma “arteria su chip” in grado di replicare la specifica struttura vascolare e le dinamiche del flusso sanguigno di un paziente. Insomma, una sorta di “gemello fisico” dell’arteria. A spiegare come nasce e come funziona è una ricerca apparsa su Cell Biomaterials, coordinata da Lining Arnold Ju dell’Università di Sydney.
Un “alias” perfetto
La piattaforma ha consentito di ricreare in laboratorio le strutture complete delle arterie carotidi di sei pazienti, con gradi diversi di patologia. Attraverso una particolare tecnica di valutazione, la fluidodinamica computazionale, hanno quindi calcolato il flusso sanguigno in ciascuna arteria, scoprendo che pur se in presenza di percentuali di restringimento carotideo simili il sangue correva all’interno dei vasi “gemelli” in modo diverso. Quindi, sempre nel “gemello fisico” gli esperti dell’ateneo australiano hanno creato una piccola lesione nel tessuto di sostegno dei vasi con un laser, per vedere quanto e come la coagulazione mutasse per la forma stessa dell’arteria, con eventuale maggior rischio di formazione di ostruzioni. Gli ictus ischemici, va ricordato, si verificano quando un vaso sanguigno che irrora il cervello viene bloccato, solitamente da un coagulo o da una placca aterosclerotica. Agire presto in presenza di segni e sintomi è fondamentale, visto che ogni minuto senza ossigeno porta a morte un gran numero di neuroni. Ma sul fronte della prevenzione, la necessità di disporre di test in grado di prevedere chi corre i rischi maggiori è altrettanto importante, per identificare chi può aver bisogno di interventi mirati.
Verso strategie mirate di prevenzione
Anche chi viene considerato a “basso rischio”, insomma, può andare incontro a ictus grave. La ricostruzione del “gemello” dell’arteria su un chip potrà servire proprio a questo, tanto che gli esperti dell’Università di Sydney stanno reclutando pazienti colpiti da ictus per una sperimentazione clinica che valuti gli effetti di questa tecnologia nella gestione degli esiti della lesione ischemica. A guidare l’approccio, più che la “cartina” delle eventuali ostruzioni che possono essere visualizzate con test come il doppler dei tronchi sovraaortici che permette di svelare eventuali restringimenti o occlusioni limitate alle carotidi, potrebbe quindi diventare lo studio dei flussi del sangue nei vasi stessi. “Il nostro lavoro ricrea geometrie precise dell’arteria carotide, specifiche per ogni singolo paziente – segnala Ju in una nota per la stampa -. Il modello di gemello umano utilizza anche cellule che riproducono più fedelmente le dinamiche del flusso sanguigno in queste strutture”. Il tutto, partendo da un presupposto che rende ragione dell’importanza del “gemello fisico” dell’arteria: la forma vascolare tridimensionale e le alterazioni del flusso locale potrebbero aiutare a capire di più il rischio del semplice restringimento, per guidare quindi la prevenzione.
Scoprire i casi più difficili
“L’idea di un “gemello fisico” dell’arteria su chip è scientificamente sensata: da tempo sappiamo che il grado di stenosi carotidea, da solo, predice male il rischio individuale di ictus, ed è il pattern (ovvero il modello, ndr) di flusso locale a correlare meglio con instabilità di placca e trombogenesi – spiega Vincenzo Andreone, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neurologia e Stroke Unit dell’ospedale Cardarelli di Napoli -. Studiare la fluidodinamica specifica del paziente, anziché la sola percentuale di restringimento, potrebbe davvero aiutare a stratificare meglio i casi borderline che oggi sfuggono ai criteri di ACAS/ACST-2 (modalità di classificazione del rischio, ndr) riducendo interventi inutili o mancati. Detto ciò, sei pazienti sono una prova di fattibilità, non un modello predittivo validato: il salto verso la prevenzione su misura resta un’ipotesi futuribile”. La speranza, in ogni modo è grande: l’obiettivo è far sì che questi strumenti permettano di studiare farmaci mirati a ridurre il rischio di ictus e, in futuro, di fornire trattamenti personalizzati per ogni paziente in base alla sua anatomia.
Fonte: La Repubblica Salute


