Chi va per mare lo sa. Quando ci si trova nel bel mezzo di una burrasca improvvisa, la situazione è ben più difficile da governare rispetto alle giornate di mare costantemente mosso (oltre che ovviamente quando i marosi sono placati). Anche per il colesterolo LDL, che se aumenta fa crescere il rischio di ictus ed infarto, può accadere qualcosa di simile. Le fluttuazioni, come del resto un improvviso maltempo tra le onde, possono creare vere e proprie condizioni di pericolo nella circolazione. Le ricerche dicono infatti che questo “andirivieni” dei livelli del colesterolo cattivo potrebbero essere in qualche modo associate alla progressione della malattia aterosclerotica e dei rischi ad essa correlati. Pensate: chi presenta maggiore variabilità dei livelli di colesterolo ha un incremento significativo del rischio di infarto e ictus e un aumento fino al 26% del rischio di mortalità totale, a parità di livelli medi di colesterolo. Non solo: crescono dell’8% le probabilità di andare incontro ad un infarto miocardico e dell’11% quelle di rischio di ictus, sempre rispetto a chi mantiene livelli più stabili nel tempo, a parità di valori medi di colesterolo.
A dirlo è uno studio pubblicato qualche tempo fa su European Heart Journal (primo autore Mee Kyoung Kim), che ha monitorato oltre 3 milioni e 600.000 soggetti senza alcuna storia di di infarto miocardico e ictus considerando tre esami di controllo tra il 2002 e il 2007 nel Sistema Sanitario Nazionale coreano. La variabilità del colesterolo totale è stata misurata utilizzando diversi parametri. Nel periodo di monitoraggio (media di 8,3 anni) si sono registrati 84.625 decessi (2,3%), 40.991 casi di infarto miocardico (1,1%) e 42.861 casi di ictus (1,2%).
Il rischio delle fluttuazioni
“Le fluttuazioni lipidiche hanno un impatto diretto e indipendente sulla progressione del processo aterosclerotico, poiché sono correlate a fenomeni come l’aumento dell’ossidazione lipidica all’interno delle placche, l’incremento del loro volume e l’attivazione di meccanismi infiammatori. – spiega Stefano Carugo, Direttore della Cardiologia del Policlinico di Milano e Presidente della FinSIC (Fondazione della Società Italiana di Cardiologia) –. La variabilità nel tempo dei livelli di colesterolo rappresenta quindi evidenza di un controllo non ottimale di questo fattore di rischio, causa di eventi quali infarto, ictus e morte per cause cardiovascolari”.
Le indicazioni dalle linee guida
L’aterosclerosi rappresenta la principale causa di mortalità ed è legata allo sviluppo e alla crescita di placche nel rivestimento interno delle arterie. La placca aterosclerotica è composta principalmente da appunto dal lipide trasportato da queste lipoproteine che si accumula nel tempo. L’esposizione cumulativa al colesterolo LDL può aumentare il rischio di eventi cardiovascolari come infarto o ictus. Attenzione però: “l’obiettivo terapeutico oggi non è solo abbassare i livelli di LDL, ma ottenere un controllo efficace e soprattutto sostenuto nel tempo, elemento fondamentale per rallentare la progressione dell’aterosclerosi e ridurre il rischio di eventi – segnala Carugo -”. Si punta quindi ad arrivare a livelli di colesterolo LDL bassi e stabili nel tempo, per ridurre la mortalità cardiovascolare nelle persone ad alto rischio.
Le linee guida dell’American Heart Association e dell’American College of Cardiology del marzo 2026, in particolare, riportano indicazioni molto precise: per prevenire un primo infarto o ictus, l’obiettivo di colesterolo-LDL dovrebbe essere inferiore a 100 milligrammi per decilitro per i soggetti a rischio borderline o intermedio e inferiore a 70 per quelli ad alto rischio. Per gli individui ad altissimo rischio di eventi cardiovascolari, si dovrebbe invece scendere sotto a 55 milligrammi per decilitro, per la prevenzione secondaria di eventi cardiaci. In questo senso le raccomandazioni mostrano quindi come per la maggior parte dei pazienti in prevenzione secondaria ad altissimo rischio occorra puntare su un obiettivo di LDL-colesterolo inferiore a 55 milligrammi per decilitro.
Presto e bene per il controllo nel tempo
Questo approccio riflette il principio “colesterolo basso, con tempestività e continuità nel tempo”, sempre più centrale nella gestione moderna del rischio cardiovascolare. In questo scenario, il tema della stabilità del controllo lipidico nel tempo si conferma come uno degli elementi chiave per tradurre le raccomandazioni delle Linee Guida in benefici clinici concreti nella pratica quotidiana. In questo senso vanno i dati recentemente resi noti dello studio V-Difference che mostrano come la terapia con inclisiran (il farmaco agisce sull’mRNA che porta le informazioni utili alla proteina PCSK9, implicata nel trasporto e nella distruzione dei recettori che catturano il colesterolo), in aggiunta alla terapia ipolipemizzante ottimizzata individualmente permetta non solo una riduzione rapida dei livelli di colesterolo “cattivo”, in linea con i nuovi parametri, ma anche il loro mantenimento prolungato nel tempo. Insomma, evitando le fluttuazioni. Il trattamento con questo medicinale siRNA (terapia che agisce attraverso un meccanismo cellulare noto come interferenza a RNA) ha porta ad una riduzione media dei livelli di LDL-colesterolo del 59,5% rispetto al punto di partenza, mantenendo un effetto costante per tutta la durata dello studio.
Fonte: La Repubblica Salute


