Un semplice esame del sangue potrebbe contribuire a individuare in anticipo la terapia più efficace per la depressione resistente. È quanto emerge da uno studio condotto dal Dipartimento di Medicina dell’Università di Udine e dalla Clinica psichiatrica dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale (Asufc). I risultati sono stati pubblicati dalla rivista scientifica internazionale Journal of Psychopharmacology.
La ricerca rappresenta un possibile passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata. I ricercatori hanno infatti individuato un potenziale biomarcatore, l’interleuchina-6 (IL-6), una molecola coinvolta nei processi infiammatori. I livelli di IL-6 nel sangue potrebbero aiutare a prevedere la risposta all’esketamina, un trattamento innovativo utilizzato nei casi più complessi di depressione resistente. In particolare, lo studio evidenzia che livelli più elevati di interleuchina-6 sono associati a una risposta antidepressiva più rapida al trattamento.
Infiammazione e depressione
Questi risultati rafforzano l’ipotesi di un ruolo dell’infiammazione nella depressione resistente e aprono alla possibilità di orientare le scelte terapeutiche attraverso esami biologici, riducendo il ricorso a trattamenti “per tentativi”. Lo studio nasce dall’attività dell’ambulatorio dedicato ai disturbi dell’umore resistenti, dove i pazienti seguono percorsi specialistici e possono accedere a terapie innovative come l’esketamina, somministrata per via intranasale in ambiente sanitario, quindi sotto stretto controllo medico.
“Se confermati da ulteriori studi – spiega Marco Colizzi, responsabile scientifico della ricerca, coordinatore dell’Unità di psichiatria del Dipartimento di Medicina e direttore della Clinica psichiatrica dell’Asufc – questi risultati potrebbero contribuire allo sviluppo di una psichiatria di precisione in cui le cure sono sempre più adattate alle caratteristiche individuali dei pazienti”.
Fonte: La Repubblica Salute


