Se volete puntare sulla prevenzione dello scompenso cardiaco e della sofferenza del cuore, non aspettate la diagnosi di diabete di tipo 2. Perché già in quella “terra di mezzo” che si chiama pre-diabete, con livelli della glicemia a digiuno tra 100-125 milligrammi per decilitro (si parla di diabete ufficialmente da 126) e da valori di emoglobina glicata tra 5.7% e 6.4%, crescono le probabilità di ammalarsi di insufficienza cardiaca. E la situazione può peggiorare ancora se oltre a queste alterazioni della glicemia i valori di pressione sono elevati. L’importante, in chiave di prevenzione, è arrivare presto, combinando questi elementi.

Come fare a riconoscere chi è a rischio? Tre semplici controlli del sangue possono aiutare. Ed andrebbero effettuati per una diagnosi precoce della sofferenza cardiaca, prima che questa si manifesti.

A proporre questo approccio è una ricerca condotta da un team di esperti coordinati dagli studiosi della Johns Hopkins Medicine (autore senior Justin Basile Echouffo Tcheugui), apparso sulla prestigiosa rivista americana JAMA Cardiology. “Lo studio mostra come un innalzamento dei valori di biomarcatori di danno cardiaco subclinico o stress con danno al muscolo cardiaco senza sintomi di infarto, peraltro facilmente rilevabili dal sangue periferico, siano collegati a un aumentato rischio di insufficienza cardiaca negli adulti con coesistente ipertensione e pre-diabete – spiega Giuseppe Biondi Zoccai, Professore Associato in Cardiologia presso Sapienza – Università di Roma, e Responsabile del Servizio di Emodinamica e Cardiologia Interventistica dell’Ospedale Santa Maria Goretti di Latina”.

Il valore del tri-test
Glicemia a digiuno, Troponina Cardiaca ad Alta Sensibilità (hs-cTnI) e NT-proBNP (pro-peptide natriuretico di tipo B N-terminale): ecco i controlli routinari che sono stati analizzati per definire rispettivamente pre-diabete, danno cardiaco subclinico e stress cardiaco non rilevabile clinicamente.

Sfruttando un’ampia casistica di 8.234 pazienti inclusi nello studio SPRINT, si è scoperto che 3.271 (40%) partecipanti presentavano pre-diabete, 2.942 (36%) mostravano danno cardiaco subclinico e 3.593 (44%) avevano già segni di stress cardiaco subclinico all’inizio dello studio. Nel monitoraggio clinico, durato in media oltre 3 anni, chi aveva pre-diabete e danno o stress cardiaco presentava un rischio addirittura decuplicato di andare incontro a scompenso cardiaco. I soggetti senza pre-diabete che mostravano segni di danno o stress cardiaco hanno sperimentato solo un moderato aumento del rischio di insufficienza cardiaca. Sul fronte degli esami si è visto che chi ha presentato sia pre-diabete che un aumento del 25% o superiore dei livelli di hs-cTnI o NT-proBNP al follow-up a 12 mesi avevano un rischio ben maggiore di sviluppare insufficienza cardiaca. Al contrario, i soggetti senza diabete avevano rispettivamente un rischio di 2,6 e 1,7 volte maggiore di sviluppare insufficienza cardiaca, se i livelli di hs-cTnI o NT-proBNP sono cresciuti nel tempo.

Perché è importante identificare i pazienti a rischio
Insomma. cosa cambia? “Nel 2026 questi esami vanno considerati test di routine in tutti i pazienti con almeno un fattore di rischio cardiovascolare, come se fossero parte dell’anamnesi e dell’esame obiettivo – segnala Biondi Zoccai. In effetti, come l’Ecg (elettrocardiogramma) e l’ecocardiogramma per me sono quasi indispensabili nella pratica clinica cardiologica moderna per un inquadramento corretto”. I medici possono quindi identificare più facilmente i pazienti prediabetici ad alto rischio di insufficienza cardiaca grazie a questi semplici esami del sangue: così si riesce ad intervenire con trattamenti mirati prima di un evento cardiovascolare, come ad esempio i nuovi farmaci che migliorano sia il controllo glicemico che la funzione cardiaca. Quindi, utilizzando i biomarcatori dell’insufficienza cardiaca, possiamo identificare e trattare questi pazienti che hanno un rischio molto più elevato di malattie cardiovascolari. Ma questo significa anche che possiamo esaminare questi indicatori per altri eventi cardiovascolari, come spiegano Echouffo Tcheugui e gli altri ricercatori, che concludono ribadendo come “lo stato di pre-diabete sia spesso trascurato nei pazienti: ma definendo le sottopopolazioni vulnerabili, possiamo adottare misure preventive”.

Attenzione alla prevenzione
L’eccesso adiposo non solo potenzia i fattori di rischio tradizionali come pressione alta, colesterolo, trigliceridi e diabete di tipo 2, ma comporta anche un incremento dell’infiammazione generale e del grasso viscerale con l’irrigidimento delle arterie (aterosclerosi) che possono aumentare il rischio di coaguli di sangue e causare ictus. Teniamo presente che alimentazione sana ed attività fisica (sempre in accordo con le indicazioni del medico) possono aiutare. Senza sforzi eccessivi.

Secondo uno studio su quasi 5000 pazienti pubblicato su Lancet Diabetes & Endocrinology, basta perdere il 10% del peso (in pratica un chilo su dieci), per ridurre del 21% il rischio di eventi cardiovascolari maggiori come infarti ed ictus nei dieci anni successivi. L’importante è raggiungere una condizione di “fitness metabolico”, riportando la glicemia sotto quota 100 e migliorando i parametri legati ai chili di troppo, a partire dall’infiammazione eccessiva per giungere fino ai grassi nel sangue.

Fonte: La Repubblica Salute