Nulla interpreta meglio l’economia circolare della medicina. Tecnologie nate per risolvere un problema possono trovare applicazioni inattese altrove, talvolta a distanza di decenni. Ne sono un esempio le trasfusioni: in alcune aree del mondo il sangue, così come piastrine e derivati plasmatici, viene trattato con vitamina B2 ed esposto ai raggi ultravioletti per ridurre il rischio di contaminazioni microbiologiche. Ora quella stessa tecnologia potrebbe diventare un’arma per rallentare il cancro.

Un articolo pubblicato di recente su Science esplora questo scenario: inattivare le cellule tumorali del paziente e reiniettarle per stimolare una risposta immunitaria mirata, come un vaccino personalizzato. L’approccio è stato testato su modelli animali e una sperimentazione clinica di fase 1 è appena iniziata su pazienti con tumore ovarico.

«Si tratta di una variazione tecnologica potenzialmente intelligente, ma non di una rivoluzione concettuale», mette in chiaro Mario Scartozzi, professore ordinario di Oncologia all’Università di Cagliari, non coinvolto nello studio.

Genesi di un’idea
L’intuizione affonda le radici alla fine degli anni Ottanta. Ray Goodrich, oggi professore di Immunologia alla Colorado State University, iniziò a lavorare su questo filone quando era ancora studente. All’epoca, periodo in cui il virus HIV venne isolato, le contaminazioni nelle trasfusioni rappresentavano una vera e propria emergenza. Serviva una soluzione capace di rendere sicuro il sangue senza alterarne la funzionalità. Nacque così Mirasol: un metodo che consiste nel mescolare il sangue con la vitamina B2, una molecola che si lega a Dna e Rna, per poi esporlo alla luce Uv. L’energia luminosa attiva la vitamina, che danneggia il materiale genetico dei microrganismi e ne impedisce la replicazione. L’approccio inattiva i patogeni, ma può compromettere in parte anche piastrine, globuli rossi e proteine plasmatiche; per questo, talvolta, sono necessarie trasfusioni supplementari. Le cellule nucleate perdono la capacità di replicarsi, ma la loro struttura superficiale rimane in larga misura intatta. Continuano, in altre parole, a essere riconoscibili dal sistema immunitario. Ed è proprio qui che la storia prende una piega inattesa.

Applicazioni in oncologia
Se una cellula può essere resa incapace di proliferare ma restare «visibile» al sistema immunitario, perché non applicare lo stesso principio alle cellule tumorali? Questa l’intuizione di Goodrich: prelevare cellule del tumore dal paziente, inattivarle con la tecnologia fotochimica e reiniettarle affinché funzionino come un vaccino personalizzato, addestrando il sistema immunitario del malato a riconoscere e colpire le cellule maligne ancora presenti. «Di vaccini contro il cancro si parla da decenni. Ne sono stati sperimentati molti, ma senza successo», osserva Sergio Abrignani, professore ordinario di Immunologia presso l’Università Statale di Milano e insignito ieri del premio Giovanni Francesco Brambilla dell’Istituto Lombardo Accademia delle Scienze e delle Lettere di Milano, non coinvolto nello studio. Il tumore, infatti, può creare un microambiente capace di spegnere o deviare la risposta immunitaria. «Un vaccino da solo rischia quindi di avere un effetto limitato», conferma Scartozzi. L’ideale sarebbe combinarlo con l’immunoterapia, che rimuove i “freni” del sistema immunitario e ne potenzia l’attività contro le cellule tumorali. Un’integrazione che l’articolo non approfondisce.

Limitazioni
Resta poi una criticità legata alla scelta del modello clinico: il tumore ovarico potrebbe non essere il banco di prova più favorevole. «È una neoplasia in cui anche l’immunoterapia, da sola, ha mostrato risultati modesti», ricorda Abrignani. «La strategia funziona meglio nei tumori esposti all’ambiente esterno, come melanoma o polmone, che accumulano numerose mutazioni e risultano quindi più visibili al sistema immunitario. I tumori interni, come ovaio o pancreas, tendono ad averne meno e sono spesso più elusivi». La sfida dei prossimi mesi sarà dunque duplice: rendere il tumore riconoscibile e, allo stesso tempo, rimuovere i meccanismi che ne ostacolano l’aggressione. Secondo Scartozzi, se l’efficacia sarà confermata e arriverà l’approvazione delle autorità regolatorie, un percorso che in media richiede anni, il vaccino potrebbe essere impiegato nelle fasi in cui il tumore è minimo o non visibile ma permane un rischio elevato di ricaduta. «Per esempio, in presenza di malattia minima residua o in fase di mantenimento dopo trattamenti potenzialmente curativi come chirurgia, radioterapia e terapie sistemiche», conclude.

Solo la combinazione di questi approcci potrà chiarire se una tecnologia nata per rendere più sicure le trasfusioni riuscirà davvero a trovare una seconda vita in oncologia.

 

Fonte: Corriere Salute