Uno studio appena pubblicato su Cell Report dai ricercatori svedesi dell’Università di Uppsala diretti da Anna Erlandsson fa vacillare una delle convinzioni sulle origini della malattia di Parkinson formulata per la prima volta nel 2005 su Neuroscience da Heiko Braak dell’Università di Francoforte, che osservò in 10 pazienti una catena ininterrotta di neuroni con strani accumuli che dal sistema nervoso enterico arrivava a quello centrale. Quegli accumuli erano costituiti da proteina sinucleina, che, normalmente presente nel nostro corpo per regolare il traffico degli scambi neuronali, era invece andata incontro a un ripiegamento conformazionale che l’aveva trasformata in alfa-sinucleina, rendendola tossica.

«In questi vent’anni la teoria di Braak è andata avanti fino all’individuazione di 6 stadi di malattia che corrisponderebbero a un progressivo aumento di gravità, solo che alcuni anziani con sinucleinopatia di stadio 6, cioè il massimo, potevano non avere nessun segno di Parkinson e non sempre la relazione fra gli stadi di Braak e la gravità clinica risultava rispettata. commenta il professor Mario Zappia dell’Università di Catania, Presidente della Società Italiana di Neurologia e studioso di riferimento per questa malattia.

Lo scorso settembre Alberto Espay dell’Università di Cincinnati ha pubblicato sul Journal of Parkinson’s Disease la prima autorevole contestazione di questa teoria dicendo che la stadiazione di Braak ha reso popolare l’idea della propagazione della malattia del tremore al cervello partendo dall’intestino dove si verificherebbe l’infausta trasformazione della sinucleina, ma ha confuso il concetto di diffusione centripeta con quello di gravità, facendo innamorare i neurologi di tutto il mondo dell’eleganza della sua ipotesi, che l’hanno accettata creando quella che Espay chiama la neuro-mitologia della malattia di Parkinson.

Ma arriva ora dalla Svezia la scoperta riportata da Cell Report che dà corpo alle critiche di Espay mettendo in crisi due decenni di convinzioni sulle origini di questa malattia: il viaggio dall’intestino al cervello dell’alfa-sinucleina, ormai universalmente riconosciuta come il marker della malattia di Parkinson, non corre lungo il nervo vago, la principale autostrada nervosa fra i due distretti, bensì a bordo di una sorta di taxi cellulari che nascono dagli astrociti, le strutture gliali che fungono da scheletro, difesa e nutrizione dei neuroni.

Dagli astrociti si staccano piccole cellule prive di nucleo, ma dotate di sistemi che le rendono capaci di muoversi (mitocondri, filamenti di vimentina, fibrille GFAP, ecc,) alle quali è stato dato il nome di zombosomi. Questi taxi cellulari, grossi un ventesimo degli astrociti da cui nascono, possono inglobare piccole quantità di alfa-sinucleina e trasportarla a distanza. È noto che gli astrociti, gli spazzini del sistema nervoso, cercano di distruggere questa proteina mutata e se ne infarciscono senza però riuscire a degradarla del tutto, sicché gli zombosomi potrebbero essere il tentativo di disfarsene, un po’ come quando si getta a mare qualcosa di sgradito a bordo.

Peccato però che queste boe cellulari poi viaggino col loro venefico contenuto fino al cervello dove basta che arrivi una sola proteina anomala per innescare una reazione a catena simil-prionica che infarcisce il cervello portando alla malattia. I ricercatori svedesi hanno trovato nel corpo striato, area cerebrale fortemente implicata nella malattia di Parkinson, dei 3 pazienti studiati tracce schiaccianti del passaggio degli zombosomi: frammenti dei loro citoscheletri, dei loro organelli cellulari e delle loro membrane.

Da vari test condotti su organoidi umani, cioè culture tridimensionali ottenibili in laboratorio a partire da cellule adulte che riproducono esattamente architettura e funzionalità dell’organo originale, i ricercatori di Uppsala sospettano inoltre che gli zombosomi possano trasportare e diffondere anche altre proteine mutate a causa di simili processi di fosforilazione come ad es. la proteina tau, cosa che li coinvolgerebbe anche nella malattia di Alzheimer, aprendo così un altro capitolo affascinante nelle malattie neurodegenerative.

Gli zombosomi non sono comunque un caso unico: i ricercatori svedesi sottolineano infatti la loro somiglianza strutturale (mancanza di un nucleo e presenza di strutture per spostarsi) con altre note cellule organiche come i migrasomi, implicati nello scambio dei messaggi cellulari, i blebbisomi e le esosfere, implicati nelle metastasi tumorali e le piastrine il cui eccessivo aumento (piastrinemie) è efficacemente contrastato dalla semplice aspirina.

«Sarebbe opportuno capire la funzione degli zombosomi in condizioni fisiologiche –conclude Zappia- Una delle azioni degli astrociti da cui essi nascono è la pulizia del sistema nervoso che si associa a quella del sistema glinfatico che è il principale spazzino cerebrale soprattutto mentre dormiamo. Ma gli astrociti hanno anche un ruolo nello scambio dei flussi idrici verso l’interno o l’esterno dell’encefalo a seconda delle necessità grazie alla proteina canale chiamata acquaporina-4, in sigla AQP4, che consente loro d’intervenire laddove occorre rimediare a un danno formando nuovo tessuto gliale che ripristina una falla della barriera emato-encefalica che isola e protegge il cervello. Se gli zombosomi fossero capaci di trasportare l’AQP4 come fanno per l’alfasinulina potrebbero essere visti come ambulanze cellulari per una più rapida riparazione di eventuali danni di barriera.Alcuni studi hanno segnalato l’importanza dell’AQP4 nelle metastasi cerebrali dove occorre risolvere al più presto l’accumulo liquido dell’edema che comportano ripristinando l’equilibrio idrico del cervello. Gli zombosomi sarebbero un rapido aiuto ideale all’azione degli astrociti per portare l’AQP4 dove serve e forse è per quello che sono nati».

 

Fonte: Corriere Salute